17 maggio 2008
Il campo di battaglia è il mercato estero
Gianluca Brignola scrive su IL QUADERNO del 17 maggio 2008

Castelvenere è il primo comune campano per superficie vitata. E' il paese più vitato della Campania. Le imprese vogliono, però, raggiungere elevati standard nella qualità. Gli amministratori locali, dal loro canto, puntano alla promozione simultanea di prodotto e territorio. La storia del nostro paese ruota intorno al vino, oggi pure le attività produttive - dichiara con tono deciso Mario Scetta, sindaco di Castelvenere -...
Il paese è centro di eccellenza della Valle Telesina e meta privilegiata tra i percorsi dell’enoturismo italiano. Castelvenere è il primo territorio campano per superficie vitata ...
Una realtà che punta alla visibilità sui mercati esteri, senza abbandonare l’obiettivo della qualità. Sono diverse le aziende che si attestano su livelli qualitativi medio alti. Un efficace espediente per tenere lontani concorrenti sempre più attrezzati a rispondere a una domanda in continua evoluzione.
Tra le diverse cantine spicca l’Antica Masseria Venditti. Una struttura moderna ubicata a poche centinaia di metri dal centro. Nicola Venditti, titolare dell’azienda, ci mostra subito uno degli elementi caratteristici della tenuta: un antico torchio del sedicesimo secolo, simbolo e testimonianza di una tradizione più che centenaria. “È un onore poter continuare l’attività della mia famiglia - ci dice -. Certo, i tempi sono cambiati e le problematiche legate a questo tipo di lavoro sono aumentate. Produciamo otto tipi di vino, un olio di oliva e una grappa. A tal proposito ritengo che sia stata una mossa vincente quella di recuperare alcuni vitigni autoctoni dimenticati in passato e tornati alla ribalta solo negli ultimi anni. Parlo del Grieco, del Barbetta e di tanti altri che sono parte della nostra storia”. Venditti ci mostra orgoglioso le sale assieme a quella d’imbottigliamento. “Tra queste mura è racchiusa parte della mia vita. Nulla è lasciato al caso. Ritengo che la cantina non possa continuare a essere un luogo chiuso, ma un ambiente aperto e accogliente, pronto a ospitare visitatori e cultori dell’enoturismo. Bisogna puntare su questo settore, porre in essere politiche e campagne promozionali tali da poter rendere visibile il prodotto sui mercati internazionali. Ritengo che per il futuro sarà necessario rivedere il discorso delle denominazioni di origine controllata poiché è importante consolidare il marchio e legare il vino al territorio”. Su tale questione concorda anche il primo cittadino di Castelvenere, Mario Scetta. “C’è ancora molto da lavorare per il discorso delle certificazioni. Altre realtà italiane riescono a promuovere contemporaneamente sia il prodotto che il territorio. In Campania, e in gran parte del Sud del paese, non si riesce nell’impresa. Tuttavia sono fiero dei piccoli imprenditori veneresi che riescono a dar lustro alla nostra comunità partecipando ogni anno al Vinitaly e ad altre importanti fiere ed esposizioni europee..."

(nella foto Nicola Venditti con Luigi Cremona al Merano Wine Festival)
9 maggio 2008
Luciano Pignataro - IL MATTINO - scrive del Bosco Caldaia 2004
Nicola Venditti è un passista: lento pede, procede secondo la sua personale tabella di marcia i cui tempi sono stati fissati quando ha avviato la sua piccola azienda sulla riva destra del Calore, all’epoca quasi tutto il vino commercializzato nel Sannio prendeva il nome di un paese sulla riva sinistra, Solopaca. Nicola è andato avanti così, lavorazione sempre e solo in acciaio anche quando dilagò la barrique negli anni ’90, mai cedere alla tentazione di fare vini memorabili quanto, piuttosto, creare la memoria del vino, ossia la definizione di un varietale facilmente identificabile anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia. E poi le antiche e sempre verdi etichette così amate dagli appassionati con i quali si incrociò in gran numero proprio durante la prima giornata di Cantine Aperte in Campania nell’ormai lontanissimo 1994, quando erano solo sette le aziende impegnate nel movimento fondato da Donatella Cinelli Colombini e diretto in Campania da Corrado D’Ambra. Ironia della sorte, o legge del contrappasso, tra le etichette più spettacolari di Nicola c’è il Solopaca chiamato Bosco Caldaia, uno dei migliori rossi di questa storica doc in circolazione grazie alla rigorosa interpretazione del frutto. Da quando, ormai due estati fa, la cantina è stata completata, aiutato dalla famiglia, il nostro bravo vigneron sannita ha ritrovato quasi una serafica compostezza, aiutato da stagioni in cui il suo stile, improvvisamente tornato di moda, viene esaltato. Dopo i vinoni e l’abboffata di vaniglia e liquirizia, sono infatti saliti alla ribalta vini freschi, capaci di sopportare un pranzo in buon abbinamento, ricchi di frutta ma non fruttati, dotati comunque di una decisiva spinta acida capace di aiutare la beva creando la giusta dinamicità nel palato. E il Bosco Caldaia 2004, figlio di una vendemmia difficile per i bianchi, sempre un po’ smagriti, ma assolutamente fortunata per i rossi, è un piccolo grande capolavoro enologico di compostezza e di equilibrio fra struttura, tannini setosi, alcol e buona frutta rossa croccante di stagione in piena corrispondenza fra naso e bocca.La ricetta di Nicola, aiutato da un’agricoltura pulita, biologica, inseguita in tempi non sospetti, quando cioé non era trendy comportarsi in questo modo nei campi. Un Solopaca d’autore dunque, che sarebbe piaciuto anche a Eduardo per il quale era sinonimo di vino, da bere sulla trippa e fagioli o sulla tasca d’agnello farcita dell’Agriturismo La Volta a Ponte oppure, molto più semplicimente, con un buona pasta al pomodoro con il sugo appena tirato.
29 aprile 2008
Mauro Erro sul blog IL VIANDANTE BEVITORE scrive del Bosco Caldaia 2004
Ci troviamo nella zona di Castelvenere, nel territorio della Doc Solopaca, lì dove è ubicata l’Antica Masseria Venditti, vignaioli dal 1595. Il vigneto, un tempo Bosco riservato alla caccia detto della Caldaia, è coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biologica. La sua esposizione è a sud-sud-est, la migliore che vi sia, ad un’altitudine di 160, 170 metri. Le viti, impiantate nel 1980, sono circa 2500 per ettaro, e rendono mediamente per ceppo dai 4 ai 6 kg d’uva. La bottiglia numero 1395 delle 3985 prodotte in quest’annata, da uve aglianico, montepulciano e piedirosso affinate in solo acciaio (i vini dell’azienda – tutti – non vedono alcun tipo di legno), è di un rosso rubino con evidenti ed accentuati riflessi di colori cardinalizi purpurei. Al naso si esibisce, con poderosa vigoria, esprimendo un giovane e rigoglioso frutto (more), che sovrasta abbozzi speziati. La bevuta è grassa, piena, polputa, sentori di tabacco biondo e pepe nero accompagnano la suadente dolcezza, il succoso incedere godurioso sorretti da una buona acidità. Riesce ad unire semplicità di beva e complessità, franchezza dei profumi e nitidezza degli aromi senza addivenire a vino celebrale, ma esprimendosi per quello che vuole (e deve) essere. Semplicemente un gran bel bicchiere di vino: e di vini così, vorrei che la mia tavola fosse sempre fornita. Non c’è nulla da fare, ogni volta che lo bevo, mi vengono sempre in mente immagini di giornate di sole primaverili (pare finalmente stia arrivando), prati verdi, picnic in compagnia di amici (e amiche), casomai accompagnati dalle favoleggianti note dei concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach.

(nella foto Nicola Venditti)
21 aprile 2008
Luciano Pignataro scrive del Barbetta 2006
Nicola Venditti ha uno stile al quale molti piccoli produttori nuovi farebbero molto aderire. Poche idee ma molto chiare e studiate, il timone aziendale sempre dritto verso una sola direzione, al di là delle mode, delle suggestioni, anche delle curiosità potremmo aggiungere noi. Al di là, soprattutto, delle convenienze immediate. Un atteggiamento poco commerciale e dunque argutamente commerciale, perché quando si è sulle centomila bottiglie nel mercato globale si sopravvivere benissimo solo se si ha la capacità di caratterizzarsi bene e in modo indimenticabile. Come sapranno i miei lettori, ho sempre sostenuto con forza Nicola perché non era facile parlare di qualità in una terra come la Valle Telesina nella quale imperava lo scontro fra i due colossi, la cantina Sociale di Solopaca e la Guardiense. il nostro piccolo Davide, insieme ad Ocone e a Mustilli, impostò un'agricoltura seria e pulita, biologica ben prima della moda, molto ancorata alle tradizioni di famiglia e, passo dopo passo, ha costruito una magnifica realtà alla quale si impegna tutta la sua famiglia. Una tappa obbligata quando si passa a Castelevenere, visitare la sua vigna didattica e bere i suoi vini gentili e ricchi di frutta. Ma è una frutta non iniettata con il concentratore, bensì espressione della sua terra: è il suo motto scolpito l'altro giorno in un magnifico pranzo fra colleghi e produttori in un agriturismo di cui avrete presto notizie su questo schermo, si chiama La Volta. Nicola ha portato la sua Barbetta, un nome registrato per la Barbera del Sannio che, nonostante le difficoltà dichiarate del mercato dove è difficile spiegare di cosa si tratta e le ostilità di alcuni, fra cui anche la mia, viene prodotta ogni anno da una bella pattuglia di aziende castelveneresi e che ha, tanto per capirci, un marker assolutamente preciso e delineato, una frutta rossa, succosa, discreta acidità per lontana da quella nervosa e preponderante nella doc Castel San Lorenzo nel Salernitano. Un rosso per il primo piatto di pasta al pomodoro e per le carni bianche, dice Nicola, ma anche un bicchiere di grande compagnia per la facilità di beva, per il tono conviviale e la facilità di approccio, un piacere berlo chiacchierando davanti ad una successione infinita di piatti. Al naso è intenso e persistente, c'è piena corrispondenza con le sensazioni in bocca dove, nella versione 2006 come nelle precedenti, il vino occupa saldamente tutto il palato prima della chiusura molto lunga e pulita. Altra tipicità dei vini del nostro produttore sannita è la fedeltà all'acciaio, una linea impostata in maniera convinta, nessun ripiego, tanto che sempre i suoi rossi hanno questa vocazione fresca e fruttata, sempre allegra e beverina, sono appunto parenti stretti dei suoi bianchi che non si impongono mai per la esuberanza quanto piuttosto per la finezza e la discrezione.
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